Svegliarsi normalmente e alzarsi per seguire la propria via e quei sogni che, seppur irraggiungibili, ci fanno perseguire e vivere con felicità la nostra esistenza; questo è lo stile di vita che la maggior parte dei ragazzi segue e che, nel loro piccolo, li aiuta a trovare uno scopo nella vita e a renderli, sostanzialmente, umani. In questo contesto, è proprio The Town of Light ad allontanare la prospettiva di un’esistenza serena. Indossando i panni di Renée, ci troviamo a interpretare la storia di una sedicenne come tante, eppure vittima di un ipotetico disturbo mentale che, durante quel dannato giorno, l’avrebbe portata a perdere la concezione di un dono unico e insostituibile, strappata da una società che non sarebbe mai arrivata ad accettarla. The Town of Light non è un horror comune e il suo sviluppo totalmente italiano non fa che arricchirne il valore culturale, portando il medium interattivo a maturare per i temi trattati che, in tutta la sua brutale visceralità, è riuscito a mostrare, sorprendendoci molto positivamente durante le nostre ore di gioco con il fidato Oculus Rift.

Partiamo dalle introduzioni: The Town of Light è stato pubblicato da LKA.it, casa di sviluppo nostrana che si è cimentata in un primo progetto difficile anche per aziende più mature e rinomate. Ciononostante, il team italiano è riuscito nella sua impresa, confezionando un pacchetto che è stato riconosciuto e adorato dalla stampa estera. Ci troveremo in una Volterra ambientata ai giorni nostri e legata sempre a quel dannato manicomio, ormai in disuso e abbandonato dal lontano 1978, anno che ha segnato la chiusura di quelle strutture, grazie alla promulgazione della Legge Basaglia. I fantasmi per le persone condannate a una vita di stenti e di torture psicologiche, però, non sono svaniti. Renée torna nella struttura che l’ha inabilitata proprio per rivivere quei ricordi e per affrontare i suoi scheletri nell’armadio: un futuro svanito, un amore perduto e, non ultima, una vita sconvolta. L’esistenza di Renée viene raccontata magistralmente nelle 3 ore di gioco che sono servite per portare l’avventura al suo termine, concludendosi in un finale che dissipa la cortina di fumo di quei tragici scenari.

LKA.it è riuscita a riprodurre fedelmente il manicomio di Volterra, rasentando spesso la follia nella cura dell’intera struttura

L’intreccio narrativo viene portato avanti da un gameplay minimale, che ci vuole immergere nell’esperienza, ma soprattutto nel personaggio principale e in quel frammento di anima che faremo riemergere. Insomma, parliamo di un walking simulator: uno di quei titoli dove non faremo altro che passeggiare e interagire con l’ambientazione di gioco, ma è proprio in opere come The Town of Light che questo genere videoludico riesce a splendere, soprattutto grazie al lavoro di LKA.it, che è riuscita a riprodurre fedelmente il manicomio di Volterra, rasentando spesso la follia nella cura dell’intera struttura, dismessa e abbandonata, che si unisce alla realizzazione delle zone limitrofe, le quali completano il cerchio dell’intera esperienza narrativa e dell’incubo di Renée. La libertà, però, non viene data completamente al giocatore che, anzi, rimane continuamente legato all’obiettivo della protagonista; porte chiuse e strade sbarrate saranno, quindi, degli ostacoli che dovremo sopportare per andare avanti nel gioco, ma che si potranno facilmente comprendere. Dopotutto, non stiamo vivendo la nostra storia, ma quella di Renée. La nostra presenza non fa che rappresentare simbolicamente l’unica compagnia della protagonista, presente e viva insieme a lei.

I filmati, nonostante il loro posizionamento bizzarro all'interno del visore, inquietano ed emozionano con uno stile particolarmente disturbante.

I filmati, nonostante il loro posizionamento bizzarro all’interno del visore, inquietano ed emozionano con uno stile particolarmente disturbante.

Il lato narrativo è il punto focale dell’esperienza di The Town of Light ed è proprio da questo principio che l’intero sistema di gioco prende spunto, trasformandosi, però, in un horror sorprendente e atipico per il genere di riferimento. La cura minimale per la costruzione del mondo di gioco si unisce anche a un buon dettaglio grafico, donandoci un complesso senso d’immersione. Ciononostante, lo ripetiamo, non è su tutti questi concetti che The Town of Light vuole colpire. È invero la storia di Renée a rappresentare il frammento più importante dell’intera esperienza di gioco, dandoci anche possibilità d’interazioni dirette con la protagonista. Le scelte che potremo fare durante l’avventura e le conversazioni che potremo intraprendere con Renée saranno le fondamenta di The Town of Light, dividendo la via principale del gioco in diversi scenari ed esperienze che approfondiranno ulteriormente le sfaccettature della sua psiche abusata. In questo modo, saremo presto invogliati a riprovare l’avventura e a vivere quel frammento di vita spezzata che, magari, non era collegata a una persona specifica, ma a una bambola del passato.

Il titolo è stato preso dal nome che una paziente schizofrenica del manicomio aveva dato al luogo, considerandolo un posto dove la perdita della realtà era legata alla persistente luce, intensa e ossessionante

Renée, nonostante non sia veramente esistita nella storia del manicomio di Volterra, prende forma e acquisisce vitalità dalle stesse persone che quegli abusi li hanno vissuti in prima persona. In queste vicende burrascose, l’opera di LKA.it non fa altro che dare la possibilità di muoverci all’interno dell’ambiente. L’abbiamo detto e non è tanto nel puro sistema di gioco che vuole colpire, ma nell’atmosfera, nei gesti e nella consapevolezza di trovarsi in una struttura ricostruita sotto qualsiasi aspetto; tant’è che perfino il titolo è stato preso dal nome che una paziente schizofrenica del manicomio aveva dato al luogo, considerandolo un posto dove la perdita della realtà era legata alla persistente luce, intensa e ossessionante, la quale impediva al buio di penetrare nelle loro vite. In effetti, questo tema verrà trattato più volte dalla giovane Renée, con dei pensieri che si amplificheranno man mano che l’avventura procederà alle sue fasi più concitate e terrificanti. Con un comparto tecnico che rasenta il maniacale e coadiuvato dalla totale assenza di jumpscare, The Town of Light rimane ad ora una gemma del genere e un’esperienza unica nel medium interattivo.

La cura che si cela dietro The Town of Light sorprende, ma non si nasconde dalla motion sickness, che viene accentuata dagli stretti corridoi del manicomio.

La cura che si cela dietro The Town of Light sorprende, ma non si nasconde dalla motion sickness, che viene accentuata dagli stretti corridoi del manicomio.

In questo contesto, però, come si introduce la realtà virtuale? La presentazione in sé, bisogna dirlo, è decisamente gradevole. Il passaggio da videogioco classico a VR è immediato e il riposizionamento si può attivare con un tasto fisso, sia sul controller che su tastiera. Inoltre, le opzioni a nostra disposizione ci permettono di gestire la sensibilità di entrambe le periferiche e di regolare il movimento stesso del visore, dandoci la possibilità di calibrare tutto al meglio secondo le soggettive esigenze del giocatore. Ciononostante, l’utilizzo della realtà virtuale comporta qualche compromesso a livello tecnico, portando a un peggioramento della grafica, alla presenza più evidente del pop-up e, conseguentemente, a una leggera motion sickness. Se il peggioramento grafico può rappresentare un semplice accomodamento del sistema a un dispositivo più pesante da gestire, è con la sensazione di nausea che le cose non sono andate come previsto. I corridoi stretti e le scene estranee alla VR, infatti, si sono fatte sentire particolarmente, dando non pochi problemi nel giocarci per più di un quarto d’ora consecutivo. Da questo punto di vista, però, parliamo anche di sensazioni personali e soggettive.

In questo caso particolare, la VR riesce ad accentuare ogni sentimento provato durante l’esperienza di gioco, mostrandoci un lato dell’essere umano al quale poche persone, purtroppo, sono sfuggite

In ogni caso, questo accomodamento dell’esperienza alla VR crea delle scene che non riescono sempre a legarsi serenamente con la tecnologia, soprattutto nelle sezioni più oscure del gioco, dove avremo fulminei cambi d’inquadratura. Insomma, non proprio un toccasana per chi soffre eccessivamente di motion sickness. Un consiglio personale che posso dare, però, è di vedere se il problema si presenta anche nel vostro caso, poiché parliamo dell’unico difetto che The Town of Light può presentare nella sua intera esperienza di gioco. In modo diverso, i filmati riescono a soddisfare nel loro stile angosciante, ma sono stati adattati nella VR in maniera piuttosto semplicistica. Per carità, la visualizzazione attraverso il visore fa il suo sporco lavoro e aiuta il giocatore a immergersi e, magari, a osservare quei piccoli dettagli che normalmente non si potrebbero notare, ma guardare tutto su uno schermo rettangolare e separato da un vuoto nero… questo può dar fastidio sotto molti punti di vista. Dettò ciò, però, la VR riesce ad accentuare ogni sentimento provato, mostrandoci un lato dell’essere umano al quale poche persone, purtroppo, sono sfuggite. Renée non è che un simbolo di quelle atrocità.

Lasciamo il manicomio di Volterra con la speranza che quest'esperienza possa far aprire gli occhi su un microcosmo orribile della nostra umanità.

Lasciamo il manicomio di Volterra con la speranza che quest’esperienza possa far aprire gli occhi su un microcosmo orribile della nostra umanità.

The Town of Light è tante cose: potremmo definirlo una gemma iconica dello sviluppo nostrano e, al contempo, un titolo che è stato in grado di approfondire dei temi estranei al medium interattivo classico. Il suo terrore non si misura nel numero degli jumpscare, ma nelle sensazioni che quelle stesse persone, rinchiuse in una realtà subdola e mostruosa, hanno sentito. La VR accentua ulteriormente questo sentimento, dandoci una visione d’insieme ancora più raccapricciante, a patto di essere abituati all’Oculus Rift e alle sezioni più dure per chi soffre troppo, come il sottoscritto, di motion sickness. In definitiva, LKA.it ha confezionato un gioiello che verrà indicato nel nostro paese come esempio per gli anni a venire, e l’accentuazione che la realtà virtuale può far provare al giocatore non è che uno strumento aggiuntivo per la sublime narrazione della protagonista. Come ha fatto Renée, l’unica cosa che vi resta da fare è vivere quell’esperienza, perché solo in questo modo potrete comprendere appieno un frammento fondamentale della nostra storia e di quell’umanità che, nel caso viscerale di Renée, è andata a svanire.

The Town of Light: La Recensione di VR Gamer
8.5Punteggio totale

A proposito dell'autore

Valerio

Un bradipo nato sotto le costellazioni di Sony e Nintendo, è con quel dispositivo divino noto come il Game Boy Color che ha cominciato a sognare una realtà virtuale nel quale lanciare la propria sfera poké. Oggigiorno si trova a vivere personalmente questo mondo ancora in crescita, eppure così tangibile. Con la maturità di una persona ormai consapevole cerca di raggiungere ogni sogno prefissato, piccolo o grande che sia, mantenendo però quella fanciullezza di un tempo. In questa via, però, c'è un problema, un atroce fardello portato sin dalla nascita: la pigrizia.

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  • straniero1

    uscira per htc vive se si quando

    • Valerio Kohler

      LKA.it non si è espressa in maniera precisa sulle tempistiche, ma ci sta lavorando! Per ora, non sono disponibili delle previsioni realistiche sulla data di uscita, ma ci sarà un supporto ufficiale ad HTC Vive, quello è certo. Quando accadrà, ve lo faremo sapere!

      • straniero1

        grazie sto cominciando a dubitare della mia scelta di HTC Vive, la roba bella easce solo su oculus.

        • mmorselli

          Ma LOL … C’è un rapporto 4 a 1 di titoli che escono per VIVE rispetto ad Oculus, quale sarebbe la roba bella che esce solo per Oculus? Il titolo qui sopra? Un ibrido non studiato specificatamente per la VR? Da usare col pad? Coi filmati di stacco, che con la VR non c’entrano una cippa? Capisco che il gusto è soggettivo, ma la tua affermazione è un po’ fuori dal coro.

          Confessa: non hai realmente un VIVE 😉