Quando mi sono alzato dalla postazione in cui ho provato Here They Lie mi sentivo strano. Era come se le emozioni che ho sperimentato giocandolo si fossero raggruppate tutte insieme nel percorso che va dall’amigdala, nel cervello, fino alla bocca. Questa sorta di tappo emotivo mi ha reso per un bel po incapace di formulare un giudizio sensato su ciò che ho visto in quei dieci-dodici minuti di prova, e a chiunque me lo chiedesse rispondevo semplicemente eh, è bello, sembra bello. Poi però mi sono fermato a riflettere. Perché titoli come questo, dove non si fa quasi nulla e non si interagisce con niente sono considerati belli? Cosa può essere definito bello, al giorno d’oggi, nell’industria dei videogiochi? La risposta che mi sono dato, semplicemente, è che esistono diversi videogiochi in cui non importa più tanto quel che facciamo, quanto lontano riusciamo a spingerci e quali risultati riusciamo a raggiungere, importa l’esperienza che viviamo, come la viviamo, e quanto di quel videogioco ci rimane impresso e riesce ad arricchirci a livello personale. Io, personalmente, ho vissuto la demo di Here They Lie come un’esperienza quasi mistica, in un contesto agghiacciante che ricordava vagamente un film muto degli anni ’30, trasformatosi poi improvvisamente in un’opera dai contorni quasi fantascientifici, caratterizzata con toni cupi e distorti. D’altronde mi trovavo di fronte ad uno dei titoli per PlayStation VR che più mi hanno incuriosito fin dallo scorso E3, quando ad annunciarlo fu un misterioso ed affascinante trailer. Da quell’esatto momento, l’horror psicologico di Tangentlemen e Santa Monica Studio si è candidato ad essere una delle esperienze più interessanti ed originali che da qui a pochi mesi approderanno sul visore di Sony.

Il mondo di Here They Lie è dipinto con tinte cupe e costellato di elementi strani e misteriosi.

Il mondo di Here They Lie è dipinto con tinte cupe e costellato di elementi strani e misteriosi.

Here They Lie è strano, e su questo siamo d’accordo, ma non è quel tipo di stranezza che lascia meravigliati, come quando si va a vedere un film di un regista piuttosto eccentrico e ne si rimane colpiti. No, la stranezza e la diversità di Here They Lie risiedono nelle sfumature, in caratteristiche ben più profonde del semplice aspetto estetico, che è già di per sé piuttosto particolare. Indossato il visore, mi sono ritrovato in un mondo dalle tinte macabre e quasi oniriche, qualcosa che non richiedeva chissà quale ingegno a livello di interazione ma che, prendendomi per mano, mi ha condotto in un viaggio di dieci minuti in cui ogni attimo è rimasto impresso nella mia mente come un marchio indelebile. Il mio risveglio virtuale mi ha posto ai comandi di uno sconosciuto personaggio munito solamente di una torcia, all’imbocco di una buia serie di quelli che sembravano tunnel di una metropolitana. Prendendo confidenza con i comandi, ho notato subito qualcosa di interessante: il movimento non veniva gestito, tramite lo stick destro del pad, in maniera fluida, ma spostandosi attraverso angoli di visuale fissi con una breve dissolvenza tra l’uno e l’altro. Se a una prima occhiata questa caratteristica potrebbe sembrare una mancanza del sistema di controllo, in realtà non solo non risulta per nulla fastidiosa, ma è anche ampiamente giustificata a livello di game design, il che introduce al vero e proprio cuore del titolo. Il mondo di Here They Lie è cupo, contorto e popolato da strane e minacciose creature, che si manifestano al giocatore bisbigliando da ogni angolo, o sotto forma di ombre. La prospettiva è fondamentale, e pur volendo a tutti i costi guardarsi rapidamente alle spalle, o osservare dietro un angolo per svelare il prossimo mistero, spesso ci si trova a dover affrontare anche la stessa telecamera.

In ambienti così bui, la torcia sarà la vostra unica amica.

In ambienti così bui, la torcia sarà la vostra unica amica.

Impugnata la torcia e cercando di farmi coraggio, mi sono fatto strada attraverso il livello della demo, lo stesso mostrato sul canale YouTube di PlayStation Access qualche settimana fa. Fortunatamente, tra la gestione particolare della visuale ed il passo piuttosto lento, non ho avuto problemi di motion sickness per tutta la durata della prova. Plauso agli sviluppatori per aver considerato questo aspetto e averci lavorato su, dato che non sempre viene trattato con la giusta importanza. Continuando a camminare, con il passare dei minuti ho notato elementi via via sempre più strani: porte che si allontanavano nel momento in cui le raggiungevo o che si aprivano da sole, improvvise distorsioni nel terreno, squarci su un profondo cielo stellato in fondo a lunghi corridoi, e, in generale, la sensazione di essere sempre spiato, seguito da qualcuno. Il crescendo dei suoni ambientali, dapprima lontani e distorti, poi sempre più chiari ed incalzanti, mi ha condotto verso il finale. Camminando su un tappeto di sangue, mi sono trovato improvvisamente inseguito da uno strano essere infuocato, per poi essere catturato senza alcuna possibilità di salvarmi. Questo evento scriptato ha posto fine alla breve demo, e quel che ho visto mi ha lasciato esaltato ed insieme perplesso. Dopo averci riflettuto per un po’, mi sono reso conto che Here They Lie non è un gioco per tutti, ma soltanto per chi è in grado di apprezzare quelle esperienze che vanno osservate e capite a fondo, prima ancora che giocate. Con questa certezza in mente, ci rivediamo a fine anno per la recensione, qui su VR Gamer.